Lavorare nella ristorazione è già di per sé un incubo fatto di turni massacranti, clienti sgarbati e pavimenti perennemente unti, ma cosa succede se decidiamo di esportare questa meravigliosa esperienza nel profondo spazio siderale? Burger Bots Inc. tenta di rispondere a questa domanda fiondandoci in un simulatore di diner intergalattico che puzza di fritto e disperazione. Sviluppato con l’evidente intento di cavalcare l’onda dei titoli cooperativi ad alto tasso di mortalità, il gioco si presenta come un incrocio maledetto e geniale tra le meccaniche ansiogene di Lethal Company e lo stress gestionale dei simulatori “lavorativi”. L’obiettivo sulla carta è banalissimo: prendere le ordinazioni, cuocere gli hamburger, servire da bere per fare felici gli avventori e, soprattutto, pagare l’affitto a fine giornata prima che la direzione decida di chiudere i battenti. Peccato che i nostri adorabili clienti alieni, se costretti ad aspettare troppo a lungo il loro pasto, abbiano la spiacevole tendenza a trasformarsi in creature mostruose con una gran voglia di staccarci la testa a morsi. In questa recensione ci addentriamo nei meandri di una cucina spaziale dove il pericolo non è rappresentato solo dalle classiche ispezioni sanitarie, ma da abomini cosmici, interruzioni di corrente e scivoloni mortali. Preparate i grembiuli.

Approvvigionamento a chilometro zero e alto rischio di smembramento

Dietro la facciata colorata e le ottime vibrazioni in perfetto stile horror comedy, Burger Bots Inc. nasconde un sistema di gioco che prospera nella pura e semplice divisione del lavoro. Il titolo supporta caotiche sessioni cooperative online fino a un massimo di otto giocatori, e vi assicuriamo che la coordinazione chirurgica dei ruoli tramite la chat vocale di prossimità non è un vezzo estetico, ma un requisito fondamentale per non finire trucidati al primo turno. L’idea più brillante, grottesca e dannatamente affascinante dell’intera produzione risiede però nel modo in cui il nostro ridente locale si procura la materia prima. Dimenticatevi i comodi camion frigorifero che consegnano i rifornimenti sul retro: per ottenere i preziosi “patty” di carne da sbattere sulla griglia, qualcuno dovrà armarsi di coraggio e scendere fisicamente nei bui meandri sotterranei della struttura. Qui, all’interno di una rete di caverne ostili, bisognerà cacciare e abbattere delle orripilanti creature, per poi gettarne brutalmente le carcasse all’interno di un gigantesco tritacarne industriale. Questo tocco di macabro umorismo trasforma una banale meccanica di restock in una vera e propria missione punitiva, dove chi scende in cantina potrebbe non fare mai più ritorno per colpa di un predatore famelico. Il contrasto viscerale tra chi sta al piano di sopra a sorridere ai clienti e chi sta sotto a lottare per la propria vita immerso nel fango alieno crea una dinamica di squadra esilarante, restituendo un feedback tragicomico che rappresenta senza dubbio l’intuizione di design più acuta e riuscita dell’intera esperienza di gioco.

Una coreografia letale tra scivoloni, topi ladri e sosia spaziali

Se pensate che il pericolo maggiore risieda esclusivamente nelle segrete del fast food, vi state illudendo di grosso, perché il vero dramma esplode proprio dietro il bancone e tra i tavoli. Le giornate lavorative diventano progressivamente sempre più frenetiche, spingendovi a muovervi come schegge impazzite in un ambiente che fa letteralmente di tutto per sabotarvi. Un dettaglio all’apparenza insignificante come un vassoio lasciato distrattamente sul pavimento può rivelarsi fatale: scivolarci sopra non solo vi farà perdere tempo prezioso, ma vi infliggerà danni diretti, trasformando la sala ristorante in un insidioso campo minato. E se non dovessero bastare i vostri maldestri errori logistici, ci penseranno i clienti più sbadati a lanciarvi i vassoi dritti in faccia, aggiungendo un livello di commedia dolorosa che spezza i ritmi di produzione. A condire questo delizioso disastro annunciato intervengono pesanti minacce ambientali, come le interruzioni improvvise di corrente e fastidiosissimi ratti giganti che zampettano per la cucina rubando ingredienti essenziali o, nel peggiore dei casi, perfino le preziose mazze da baseball che tenevate a portata di mano per legittima difesa. L’apice del terrore psicologico, tuttavia, è raggiunto dal bestiario nemico che invade il locale in caso di fallimento. Oltre a imponenti mostruosità, vi ritroverete a fare i conti con terrificanti “mimic” capaci di imitare perfettamente le voci dei vostri compagni attraverso la chat vocale. Ascoltare un amico che vi chiama dalla cella frigorifera per chiedere soccorso, per poi scoprire con orrore che la sua vera voce proviene dall’altro lato della mappa, è un’esperienza genuinamente terrorizzante che arricchisce enormemente le dinamiche multigiocatore.

Un bilanciamento che fa la fine di un panino scaduto

L’elefante nella stanza, o meglio, il mastodontico alieno acquattato nel magazzino, è la gestione a dir poco discutibile della difficoltà generale e della curva di progressione. Burger Bots Inc. si vanta di poter accogliere un’imponente brigata di otto cuochi spaziali, ma imposta sciaguratamente l’intera architettura del gameplay come se l’avere una lobby piena fosse l’unico modo umanamente possibile di sopravvivere. Manca drammaticamente un sistema di bilanciamento intelligente capace di scalare le insidie e le richieste dei clienti in base al numero di utenti attivi nella sessione. Durante la nostra prova pratica, affrontata con un collaudato team di tre persone, abbiamo constatato con amarezza come già al secondo giorno di lavoro la situazione diventi irrimediabilmente complessa, ingestibile e densa di frustrazione. Non c’è una curva di apprendimento permissiva: l’impianto ludico ti afferra brutalmente per il colletto e ti butta direttamente nell’olio bollente fin dai primissimi minuti, senza alcun riguardo per chi sta ancora imparando i comandi. La diabolica quota di incassi da raggiungere si alza in modo spietato, costringendo il gruppo a regimi di produzione disumani che semplicemente non possono essere sostenuti da squadre di due o tre elementi. Radunare stabilmente otto compagni per coordinarsi la sera su un titolo indie non è assolutamente un’impresa banale, e punire in questo modo i piccoli gruppi o i giocatori solitari con un muro di difficoltà invalicabile finisce per castrare senza pietà il divertimento. Gli sviluppatori avrebbero dovuto dedicare molta più accortezza tecnica a questo fondamentale aspetto, magari modulando le ondate di clienti in modo dinamico per garantire un tasso di sfida sempre appagante ma mai inutilmente opprimente.

Codice acerbo e disconnessioni indigeste nel menu del giorno

Oltre ai gravi e sopracitati scivoloni sul fronte del game design puro, la cruda realtà dei fatti è che l’intero progetto necessita ancora di parecchio tempo sulla piastra di cottura prima di poter essere servito a una clientela pagante. Lo stato tecnico attuale riflette in pieno l’acerbità di un prodotto lanciato fuori dall’accesso anticipato con fin troppa fretta, costellato da magagne strutturali che spesso minano irreparabilmente le fondamenta della cooperazione. Non è raro incappare in disconnessioni inspiegabili che ti sbattono senza preavviso nel menu principale proprio nel fatidico istante in cui stai consegnando un’ordinazione perfetta. Ancora più letali per l’integrità della partita sono i continui problemi di desincronizzazione tra i client che emergono inesorabilmente intorno al secondo o terzo giorno: trovarsi in una lobby in cui i compagni vedono schermi e situazioni ambientali completamente discordanti rende impossibile qualsiasi forma di gioco di squadra, costringendo tutti a un deprimente riavvio forzato. Aggiungiamo infine al triste calderone un effetto di oscillazione della telecamera (headbob) troppo aggressivo. Sebbene le ossa del progetto siano innegabilmente valide e il potenziale per diventare l’assoluto protagonista delle serate “caciarone” ci sia tutto, l’esecuzione odierna è semplicemente troppo incostante. È un’esperienza colma di genialità grezza, pesantemente zavorrata da una realizzazione tecnica ballerina e un bilanciamento assente che domandano a gran voce interventi per non far scappare definitivamente l’utenza.