Svegliarsi prigionieri all’interno di una tetra e lugubre cucina sotterranea, con l’unico scopo di placare la fame insaziabile di una disgustosa creatura mostruosa (francese) che esige cibo a ritmi forsennati, non è esattamente la routine lavorativa ideale. Eppure, è proprio questa la grottesca e affascinante premessa alla base dell’ultima fatica di Eduardo Scarpato, uno sviluppatore indipendente che vi consigliamo caldamente di tenere d’occhio per il cpaziale e rapida capacità di calcolo, poiché raggiungere le quote imposte dallo chef richiede ben più del semplice riempimento casuale della vaschetta. Per assistere noi poveri e disperati aspiranti cuochi, il gioco mette a disposizione un sistema di oggetti ed equipaggiamenti acquistabili e “rerollabili” spendendo le monete guadagnate, i quali servono a creare sinergie e fondamentali moltiplicatori di punteggio in pieno stile Cloverpit. Questa meccanica di base, pur essendo incredibilmente intuitiva e facile da approcciare nelle prime fasi, nasconde un livello di stress crescente, poiché ogni singolo posizionamento errato di un ingrediente può compromettere l’intera partita e condannarci alle fauci del nostro esigente cliente. Sbagliare il posizionamento di un ingrediente, purtroppo, a volte può capitare anche a causa della realizzazione un po’ macchinosa di questa azione. A volte il pezzo non si “incastra” correttamente, facendoti perdere tempo prezioso (nelle difficoltà più elevate). Tutto sommato, l’idea di fondo funziona egregiamente, rendendo la costruzione del pasto un vero e proprio puzzle vitale in cui sopravvivenza e avidità si scontrano costantemente.

La Meccanica dei Bento e la Gestione dello Spazio

Il cuore pulsante dell’esperienza ludica risiede nella composizione fisica dei pasti, una dinamica che trasforma il titolo in una sorta di Tetris gastronomico decisamente ansiogeno. Dimenticatevi la semplice pressione di tasti o l’attivazione automatica di poteri: qui dovrete fisicamente incastrare ogni singolo alimento all’interno di bento box disposti su griglie di varie forme e dimensioni. Ogni tipologia di cibo possiede un valore di punteggio specifico e, soprattutto, una conformazione geometrica unica che vi costringerà a ottimizzare ogni singolo millimetro quadrato disponibile per massimizzare sia lo spazio che il sapore. Si tratta di un processo che richiede un mix costante di pianificazione spaziale e rapida capacità di calcolo, poiché raggiungere le quote imposte dallo chef richiede ben più del semplice riempimento casuale della vaschetta. Per assistere noi poveri e disperati aspiranti cuochi, il gioco mette a disposizione un sistema di oggetti ed equipaggiamenti acquistabili e “rerollabili” spendendo le monete guadagnate, i quali servono a creare sinergie e fondamentali moltiplicatori di punteggio in pieno stile Cloverpit. Questa meccanica di base, pur essendo incredibilmente intuitiva e facile da approcciare nelle prime fasi, nasconde un livello di stress crescente, poiché ogni singolo posizionamento errato di un ingrediente può compromettere l’intera partita e condannarci alle fauci del nostro esigente cliente. Sbagliare il posizionamento di un ingrediente, purtroppo, a volte può capitare anche a causa della realizzazione un po’ macchinosa di questa azione. A volte il pezzo non si “incastra” correttamente, facendoti perdere tempo prezioso (nelle difficoltà più elevate). Tutto sommato, l’idea di fondo funziona egregiamente, rendendo la costruzione del pasto un vero e proprio puzzle vitale in cui sopravvivenza e avidità si scontrano costantemente.

Progressione, sinergie e bilanciamento imperfetto

La progressione del proprio alter ego culinario offre una discreta varietà di opzioni, sebbene non tutte risultino bilanciate in modo impeccabile. Il gioco vanta la presenza di ben dieci cappelli da chef sbloccabili e oltre centoventi strumenti unici, che sulla carta dovrebbero garantire possibilità di build praticamente illimitate. All’inizio di ogni disperato tentativo di fuga è infatti possibile selezionare un cappello diverso (se sbloccato), il quale ci assegna un perk particolare che influenzerà l’andamento della partita. Inoltre, una volta raggiunta faticosamente la quota richiesta, lo chef ci ringrazierà magnanimamente facendoci scegliere tra tre perk aggiuntivi, una dinamica che cita in modo quasi identico il celebre telefono di Cloverpit. Abbiamo anche la facoltà di preparare un drink per run, garantendoci un ulteriore e prezioso vantaggio. Tuttavia, scavando sotto la superficie, emerge come il gioco sia complessivamente un po’ più semplice e basilare a livello di logica rispetto all’illustre fonte di ispirazione. Qualitativamente, le sinergie non restituiscono sempre un feeling di vera e profonda tattica, portando spesso a situazioni in cui le combo risultano purtroppo sbilanciate. Capiterà frequentemente di scoprire che focalizzare l’intera costruzione su un singolo ingrediente, accumulando passivamente bonus su bonus per un cibo specifico come ad esempio i cetrioli o il pane, diventi rapidamente l’unica strategia dominante e infallibile. Questo porta a un inevitabile appiattimento dell’esperienza nel lungo periodo, evidenziando una struttura che necessita di ulteriori limature e di un severo ribilanciamento per spingere il giocatore a sperimentare davvero con le innumerevoli combinazioni offerte dal negozio.

Difficoltà scalare e inciampi tecnici

Per tentare di mantenere alto il livello di sfida e arginare la potenziale monotonia, lo sviluppatore ha implementato un sistema basato su quattro livelli di difficoltà crescenti, i quali si sbloccano sequenzialmente ogni volta che si completa con successo una run. La particolarità risiede nel fatto che questa progressione è legata a doppio filo all’equipaggiamento: ogni volta che si vince con un determinato cappello a una specifica difficoltà, si sblocca unicamente il livello successivo per quel preciso copricapo, costringendo a massimizzare l’uso di ogni elemento a disposizione. L’aumento della sfida si affida quasi esclusivamente all’aggiunta di modificatori sempre più punitivi applicati direttamente ai bento box. Si passa dall’introduzione di un ansiogeno timer per completare la composizione del pasto, fino all’inserimento di fastidiosi divisori interni che limitano pesantemente lo spazio di manovra e rendono la scelta del cibo un’operazione estremamente più tattica e sofferta, con ogni nuova difficoltà che accumula sadicamente i malus di quella precedente. Purtroppo, questa impennata della curva di apprendimento non è esente da frustrazioni e da alcune criticità tecniche che sporcano pesantemente la fruizione. Si notano anche problemi evidenti nella gestione dei numeri astronomici nelle fasi più avanzate, con il codice di gioco che sembra faticare a registrare correttamente i moltiplicatori più elevati, spezzando l’illusione di onnipotenza.

Direzione artistica e valutazione complessiva

Affrontando infine il comparto estetico e narrativo, è letteralmente impossibile non notare come il titolo prenda in prestito a piene mani l’identità visiva del suo predecessore spirituale, arrivando a presentarsi quasi come un clone estetico vero e proprio. Nonostante questa forte e ingombrante ombra, l’opera riesce comunque a ritagliarsi una sua piccola e sporca anima indipendente, soprattutto grazie all’aggiunta di una intrigante componente meta-narrativa. Tra una portata e l’altra, infatti, i giocatori più attenti potranno cimentarsi in un’intera escape room ricca di segreti, indizi criptici da scovare all’interno della stanza e piccoli enigmi ambientali. Questo sforzo investigativo, fondamentale per sbloccare tutti i potenziamenti nascosti e gli achievement, premiando tangibilmente la dedizione di chi non si ferma al semplice gameplay del “prepara la bento”. Tirando le somme, ci troviamo di fronte a un lavoro artigianale di indubbio valore, specialmente se si considera che è frutto dell’impegno instancabile di un singolo sviluppatore indipendente. Le basi per un passatempo magnetico e assuefacente, capace di intrattenere il giusto grazie alla geniale intuizione della componente Tetris, ci sono tutte. Tuttavia, il paragone qualitativo con l’eccellenza nostrana di Cloverpit evidenzia ancora una certa necessità di smussare le parti più grezze. Con una maggiore cura riposta nella differenziazione estetica, nella risoluzione tempestiva dei fastidiosi inciampi tecnici e in una doverosa e profonda revisione del bilanciamento delle sinergie, questo macabro simulatore di chef in ostaggio potrebbe tranquillamente aspirare a platee ben più vaste ed esigenti.