Benvenuti nel magico e spietato mondo della WHAAG MINING INC., dove la vostra vita vale decisamente meno del minerale che state faticosamente estraendo. Goblin Company vi sbatte nei sotterranei con un solo, umile scopo: scavare, arricchirvi o morire provandoci, preferibilmente mentre andate a caccia di un fantomatico Cristallo Gigante. Giocabile sia in solitaria che in cooperativa online fino a quattro giocatori, questo titolo indie mescola estrazione mineraria, sopravvivenza e logistica in un calderone che promette scintille. L’idea di impersonare un goblin sacrificabile armato di laser, costretto a farsi strada in un mondo completamente distruttibile, ha un fascino, dai tratti quasi tragicomici. Eppure, nonostante le premesse esilaranti e un loop di gioco che sa come intrappolarti, ci troviamo di fronte a un’esperienza claudicante, tipica dei titoli in pieno e turbolento Early Access. Tra risate involontarie e frustrazioni tangibili, l’esplorazione del sottosuolo si rivela un’avventura che fatica a brillare di luce propria, inciampando spesso sulle sue stesse meccaniche non ancora del tutto raffinate.

Un mondo da distruggere e ricostruire sui binari

Il cuore pulsante dell’intera produzione risiede nell’interazione con i tre differenti biomi, concepiti per essere completamente distruttibili e modellabili a piacimento in base alle proprie strategie esplorative. Armati di pazienza e del nostro fido strumento, il compito è scavare senza sosta per raccogliere cristalli di colore Rosa, Blu e Giallo, la vera e propria valuta del gioco. Questi preziosi minerali servono ad acquistare elementi fondamentali per la sopravvivenza e l’espansione, come binari, bibite o potenziamenti necessari per rimettere in funzione il vecchio sistema minerario abbandonato. Proprio la costruzione della rete ferroviaria per i carrelli rappresenta, senza ombra di dubbio, l’aspetto più riuscito e divertente dell’intera esperienza. Dopo una inevitabile curva d’apprendimento iniziale, progettare e posizionare i binari per muoversi agilmente nel sottoterra e ricollegare le vecchie stazioni goblin regala soddisfazioni ingegneristiche enormi. Purtroppo, questa gioia logistica viene spesso brutalmente interrotta dalle spietate leggi della fisica e della banale disattenzione: dimenticarsi di inserire il freno ai binari significa veder volare i propri carrelli colmi di sudati cristalli direttamente in letali laghi di lava incandescente, una tragedia che scatena tanto orrore quanto ilarità. E qui emerge la prima grande limitazione del titolo: la libertà di tracciare il proprio percorso è totale, ma le meccaniche di posizionamento delle piattaforme in legno e dei binari mancano di una basilare funzione di “snapping” magnetico, rendendo la costruzione un processo impreciso e inutilmente macchinoso. Quando le geometrie ambientali non collaborano, ci si ritrova a scivolare via dai supporti appena piazzati, perdendo l’intero inventario in cadute mortali. Il fascino di tracciare la rotta perfetta c’è tutto, ma il costante attrito generato da collisioni incerte trasforma quello che dovrebbe essere un metodico lavoro di scavo in una prova di nervi costante.

L’incubo logistico tra laser e oscurità

Se la gestione dei trasporti ha i suoi esaltanti alti e i suoi rovinosi bassi, l’equipaggiamento base lascia decisamente interdetti a causa di scelte di design quantomeno discutibili. Il nostro strumento principale è un pratico trapano laser che funge in contemporanea sia da mezzo di scavo che da arma di difesa contro le ostilità. Il problema sorge nell’implementazione di questa duplice natura: per passare dall’estrazione al combattimento è necessario cambiare il tipo di raggio tramite uno “switch” sul medesimo slot di inventario, una meccanica macchinosa che spezza terribilmente il ritmo dell’azione. Avremmo decisamente preferito avere a disposizione due armi o strumenti separati e distinti, specialmente quando ci si ritrova braccati all’improvviso. E poi c’è il buio, il vero nemico opprimente dell’avventura sotterranea. Il gioco introduce un sistema dinamico di torce fondamentale per la pura sopravvivenza: bisogna restare fisicamente nella luce, altrimenti un’entità misteriosa inizierà a prosciugare inesorabilmente la barra della vita. È essenziale avere sempre con sé una torcia, che però nelle prime fasi di gioco si esaurisce in tempi rapidi, trasformando quella che voleva essere una dinamica di tensione atmosferica in una meccanica tediosa e ripetitiva. Questo bisogno di luce, unito a un inventario di partenza dalle dimensioni quasi ridicole, rallenta la progressione costringendo a estenuanti andirivieni verso la base.

L’infrastruttura tecnica

Tralasciando per un attimo le zoppicanti scelte di game design, è sul versante prettamente tecnico che la solidità della compagnia mineraria inizia a vacillare seriamente. A volte, la semplice azione di scendere dal mezzo ti incastra inesorabilmente nelle texture del pavimento, condannandoti a cadere attraverso la mappa dritti nel magma, incenerendo ore di meticolosa raccolta. Anche la prospettiva a lungo termine subisce un colpo fatale a causa della totale assenza di generazione procedurale delle mappe. L’unico mondo esplorabile è stato realizzato interamente a mano e, sebbene mostri sprazzi di creatività nei suoi percorsi, una volta completata l’avventura non esiste alcun reale stimolo o rigiocabilità per ricominciare la discesa. Questa carenza strutturale soffoca un potenziale altrimenti brillante dietro un fitto muro di instabilità. Anche il movimento del proprio personaggio sembra un po’ oleoso e quindi può creare delle difficoltà in punti dove saltare col giusto tempismo diventa essenziale per non finire rovinosamente nella lava.

Capitalismo e l’arte di morire in compagnia

Il titolo tenta di risollevarsi proponendo un appagante sistema di potenziamenti a “tier” che riesce a mantenere a galla l’interesse nel lungo periodo. Raccogliere le tre varianti di cristalli permette infatti di sbloccare tecnologie sempre più all’avanguardia per il proprio alter ego, migliorando sensibilmente la potenza di penetrazione ambientale, la velocità di spostamento e sbloccando persino un ambitissimo jetpack. Questo serrato loop di “capitalismo” funziona egregiamente: nelle battute iniziali la lentezza è ai limiti dell’esasperazione, ma raggiungendo i tier superiori l’esperienza si snellisce drasticamente, regalando un genuino senso di strapotere sotterraneo. Bisogna però tracciare un confine marcatissimo tra la fruizione in solitaria e quella corale. Giocato da soli, l’estrazione mineraria si trasforma rapidamente in una routine estenuante, un grinding punitivo dove la singola distrazione azzera i sudati progressi. Invece, in modalità cooperativa, magari organizzando una sessione serale gomito a gomito con i propri amici per coordinare l’illuminazione e i tracciati, la percezione si ribalta. Il caos purissimo generato dal fuoco amico, dalle corse sfrenate sui binari e dai disastri logistici genera situazioni così grottesche e comiche da farti momentaneamente chiudere un occhio sull’ennesimo bug. In definitiva, l’opera non brilla certamente di luce purissima, ma tra collisioni infami e meccaniche grezze, batte un cuore dannatamente ironico che sa intrattenere se affrontato con il giusto gruppo di sacrificabili operai.