Immaginate di ricevere un invito esclusivo da parte di ricchi benefattori per partecipare a un gioco clandestino, un torneo in cui si compete per un premio in denaro che potrebbe cambiarvi la vita. C’è solo un piccolo, insignificante dettaglio: se perdete, le conseguenze saranno decisamente fatali. Sulla carta, Grave Stakes promette di farci vivere l’adrenalina pura di uno “Squid Game” casalingo, piazzandoci in un party game horror multiplayer che supporta fino a otto giocatori. L’idea di fondo è semplice, accattivante e spietata: superare una serie di minigiochi mortali, arraffare il malloppo e sopravvivere per raccontarlo agli amici. Ma, come spesso accade nel vasto e spietato sottobosco videoludico indipendente, rischiate di trovarvi di fronte un gioco senza una playerbase e con un futuro incerto.

Un’estetica da discount dell’orrore

Visivamente, Grave Stakes tenta di fare il suo mestiere, sforzandosi di restituire al malcapitato giocatore un’atmosfera generale abbastanza cupa e opprimente, che tutto sommato ben si sposa con le macabre premesse narrative. Tuttavia, basta aguzzare leggermente la vista per rendersi conto che l’intera operazione estetica poggia le sue fondamenta su un utilizzo a dir poco massiccio di asset pre-confezionati. Non che ci sia un crimine intrinseco o una vergogna nel riciclare modelli poligonali per risparmiare sul budget di sviluppo, specialmente nell’indie, ma il risultato a schermo restituisce un inevitabile senso di “già visto” che smorza drasticamente l’immersione. I presunti ricchi benefattori che dovrebbero intrattenerci con questo sadico gioco clandestino ci offrono in realtà uno spettacolo visivo che, purtroppo, appare tutt’altro che sfarzoso o esclusivo. Ad aggravare la situazione visiva e a rompere definitivamente la sospensione dell’incredulità ci pensano i cosiddetti “esecutori unici” o padroni di casa, che avrebbero il compito di guidarci in maniera inquietante attraverso i vari livelli di spettacolo. Le loro animazioni risultano irrimediabilmente goffe, rigide e legnose, spezzando di netto qualsiasi forma di tensione horror che il gioco provi faticosamente a costruire. Certo, la possibilità di guadagnare premi come maschere uniche per personalizzare il proprio sventurato alter ego è un tocco simpatico, ma non basta minimamente a mascherare un comparto tecnico che si regge su impalcature fragilissime. In un titolo che fa dell’atmosfera letale il suo biglietto da visita, presentarsi con dei carnefici che si muovono come manichini arrugginiti trasforma l’orrore in una commedia involontaria.

Una realizzazione tecnica traballante

Se l’impatto visivo vi lascia perplessi, aspettate di mettere le mani sulla tastiera e scontrarvi con l’effettiva ossatura del gameplay. Il concetto di base rimane divertente e il titolo include persino degli obiettivi specifici da sbloccare per chi riesce a essere l’ultimo sopravvissuto a ogni livello del gioco, ma l’esecuzione attuale è un pericolosissimo campo minato di difetti tecnici e clamorose mancanze di game design. Innanzitutto, l’offerta ludica è ai limiti dello scheletrico: al momento ci sono solamente cinque minigiochi integrati all’interno della rotazione, una pochezza disarmante se consideriamo che titoli di questa tipologia necessiterebbero di un pool molto più popolato per garantire una rigiocabilità degna di questo nome. Come se non bastasse questa penuria di contenuti, tra una modalità e l’altra i tempi di caricamento sono inspiegabilmente lunghi e i giocatori sono sadicamente costretti a sorbirsi l’introduzione di ogni singolo gioco senza poterla saltare, persino se si trovano già alla seconda o alla terza partita consecutiva.

Ma i giocatori dove sono?

Il cuore pulsante e l’anima di qualsiasi party game competitivo che si rispetti è, per sua stessa definizione, la presenza del party. Grave Stakes è stato ambiziosamente progettato per ospitare un comparto multigiocatore online capace di accogliere da uno a otto giocatori in contemporanea, fornendo sulla carta un palcoscenico ideale per tradimenti spietati, risate isteriche e pugnalate alle spalle tra amici o perfetti sconosciuti. Qui, però, subentra il problema più grande, ingombrante e potenzialmente letale per l’intera sopravvivenza della produzione: il gioco non ha assolutamente una base di utenti attiva. I server pubblici sono un deserto digitale desolante, le lobby rimangono irrimediabilmente vuote per ore e l’infrastruttura multiplayer sembra essere stata completamente abbandonata a se stessa, senza anima viva con cui competere. Per ovviare in qualche modo a questa desolazione post-apocalittica e tappare i buchi, gli sviluppatori sono corsi ai ripari inserendo frettolosamente la possibilità di aggiungere dei bot alle partite per simulare la presenza di concorrenti in carne ed ossa. Tuttavia, sappiamo tutti benissimo che giochi di questo tipo danno il meglio di sé e si alimentano esclusivamente della sana, caciarona e sadica imprevedibilità umana. Nessuna intelligenza artificiale potrà mai replicare l’ilarità di un errore umano spinto dal panico. A rendere l’interazione sociale ancora più macchinosa e faticosa, quando per miracolo riuscite a organizzare un gruppo privato con i vostri conoscenti, si mettono di mezzo i gravi problemi con la chat vocale. Quest’ultima necessita di una revisione urgente e profonda, poiché capita fin troppo spesso che l’audio smetta di funzionare del tutto senza preavviso mentre ci si trova nella lobby d’attesa.

Un palloncino sgonfio carico di incertezze

Arrivati a questo punto dell’analisi, bisogna fare i conti in tasca alla realtà di un progetto in evidente stato embrionale che fatica terribilmente a giustificare la propria esistenza sul mercato odierno. Tra le meccaniche introdotte per cercare di mantenere vivo l’interesse e alzare l’adrenalina, c’è la famigerata opzione delle scommesse “Double or Nothing”, pensata esplicitamente per chi vuole davvero tentare la fortuna spingendo al limite il proprio premio in dollari sudati. Ironia della sorte, scegliere di acquistare oggi Grave Stakes rappresenta nella vita reale esattamente questo tipo di scommessa: un azzardo spericolato su un futuro incertissimo. I pochissimi minigiochi presenti mostrano fin troppo rapidamente la corda, evidenziando pesanti e frustranti difetti di bilanciamento interno. Il gioco dei palloncini, ad esempio, soffre di meccaniche strutturali quasi amatoriali: non permette in alcun modo di puntare il bersaglio contro l’avversario seduto vicino a sé, generando delle grottesche situazioni di stallo insormontabili quando casualmente si rimane solo in due sopravvissuti. Inoltre, se si ha la sfortuna di posizionarsi negli angoli della stanza, diventa estremamente e ingiustamente difficile riuscire a liberarsi dei palloncini stessi. È vero, il prezzo di ingresso richiesto sugli store è indubbiamente molto basso, ma questo esborso irrisorio non basta ad assolvere una produzione che al momento si presenta molto più come una grezza bozza concettuale che come un videogioco fatto, finito e confezionato con cura. Sul mercato attuale esistono agguerriti concorrenti gratuiti, o venduti a prezzi del tutto simili, che offrono una quantità di contenuti nettamente superiore e una pulizia tecnica che qui, purtroppo, è pura fantascienza. L’incertezza sul continuo dello sviluppo, minato dalla mancanza di fondi e giocatori, pesa come un macigno sulle sorti di questo show clandestino.