
Ho sempre avuto un inconfessabile guilty pleasure per i videogiochi di stampo sovietico. Non so spiegarvi esattamente il perché: forse è l’architettura brutalista che domina gli scenari, oppure quel senso di abbandono e di grigiume gelido che ti penetra nelle ossa. Fatto sta che, ogni volta che mi trovo davanti a un titolo con questa estetica disperata, la mia attenzione viene catturata all’istante. Kletka ha fatto esattamente questo, rivelandosi un’esperienza multiplayer tanto magnetica quanto sadica. Il concetto di base non usa mezze misure: i criminali più pericolosi vengono condannati e inviati a Kletka. La condanna è quella di scendere nelle profondità della cosiddetta gigastruttura mantenendo un ascensore vivo e affamato. Questa non è la solita scampagnata per raccogliere rottami: l’ascensore in cui viaggiate è un’entità biologica mostruosa e Kletka è onnivoro, non discrimina tra carburante e carne. Se cercate una recensione confezionata con i guanti di velluto, avete sbagliato posto. Preparatevi a sporcarvi le mani di grasso, sangue e cemento.
Nutrire la bestia di cemento
Il cuore pulsante del gameplay unisce l’esplorazione frenetica tipica dei “quota game” a un ansiogeno sistema di sopravvivenza gestionale. Non basta scendere di piano in piano: l’ascensore va costantemente nutrito, riparato nei suoi guasti elettrici e potenziato utilizzando la spazzatura che si riesce a razziare nei meandri dell’edificio. Come ci ricorda spietatamente il gioco, non dimenticate mai di dargli da mangiare se non volete essere mangiati vivi. La moneta sonante di questo ecosistema disastrato sono le bottiglie vuote, che possono essere faticosamente raccolte da terra o trovate prendendo a pugni le casse di legno sparse per i livelli. Tramite questa valuta è possibile acquistare cure, armi e potenziamenti presso lo shop automatico presente in ogni piano, un elemento che aggiunge un pizzico di strategia economica alla pura sopravvivenza. Il level design vi offre persino la subdola libertà di saltare i piani durante la discesa; un’opzione tattica utilissima se volete evitare scontri letali, ma che mette a serio rischio lo stato della Kletka, la quale continuerà a consumare carburante e a logorarsi inesorabilmente. È un perenne e logorante gioco d’azzardo: decidere se scendere a mani vuote per risparmiare tempo o fermarsi a frugare nell’oscurità rischiando la pelle per un pezzo di carne avariata e una tanica di benzina.
Sirene, Samosbor e altre piacevolezze
L’ambientazione fa un lavoro eccellente nel tenervi costantemente col fiato sospeso. La gigastruttura è un edificio in continua espansione. Trappole e anomalie riempiono i corridoi, rendendo ogni sosta pericolosa e potenzialmente l’ultima. Esplorando questi tetri corridoi ci si imbatte in un bestiario fuori di testa: da grotteschi occhi rotolanti a inquietanti “mimic” che copiano le sembianze dei vostri alleati per poi massacrarvi quando abbassate la guardia. Ma l’anomalia più fottutamente letale dell’intera struttura è senza dubbio il Samosbor. Samosbor è una misteriosa anomalia che uccide qualsiasi cosa si trovi sul suo cammino. Questo fenomeno terrificante è temuto da tutti gli abitanti, poiché nessuno è mai sopravvissuto. L’avviso dell’imminente catastrofe arriva sotto forma di un angosciante suono di sirene. Se sentite la sirena, è il momento di mollare tutto e correre all’ascensore. Ad arricchire il caos ci pensano eventi casuali e modificatori folli, come stanze a gravità zero, pavimenti ghiacciati o nebbie fittissime che vi teletrasportano via, per non parlare dei geniali piani “speciali” che fungono da easter egg, strizzando l’occhio ad altri videogiochi, alle backrooms e alla cultura pop. Un mix letale che vi farà maledire a gran voce l’ennesima mina a pressione piazzata in modo infame proprio dietro l’angolo.

Compagni da macello e un bilanciamento altalenante
Se pensate che affrontare i terrori sovietici da soli sia un incubo, aspettate di farlo in compagnia. Il gioco vi invita a fare squadra: formate una squadra di massimo sei persone e scendete in ascensore. Da un lato, gli amici tendono a sopravvivere quando lavorano insieme, ma gli amici sono anche un buon carburante. Kletka brilla proprio in questa dicotomia, trasformandosi in un generatore di tradimenti clamorosi e risate isteriche, in cui chiudersi le porte in faccia o farsi saltare in aria a vicenda sulle mine diventa la vera prassi.
Eppure, non tutto fila liscio e i problemi di bilanciamento rischiano, a tratti, di spegnere l’entusiasmo. Se da un lato i primi, claustrofobici complessi residenziali rappresentano un capolavoro di brutalismo, dall’altro ci si imbatte in livelli eccessivamente vasti e drammaticamente spogli, che finiscono per spezzare il ritmo serrato costruito fino a quel momento. A questo va aggiunta un’economia di gioco fin troppo punitiva: le armi corpo a corpo si rompono dopo pochi colpi e le munizioni scarseggiano atrocemente, costringendo i giocatori a estenuanti sessioni di farming a mani nude.
La lunga discesa verso la verità
Esteticamente, il titolo si appoggia a una solida veste grafica che omaggia alla perfezione l’estetica retro-sovietica, richiamando da vicino le atmosfere di Misery (di cui potrete sbloccare una skin dedicata e azzeccatissima se lo avete in libreria). Ma ciò che eleva davvero Kletka sopra la massa dei cloni senz’anima è la sua struttura: c’è un obiettivo tangibile. Il viaggio è scandito da un traguardo finale, arricchito da vere boss fight e da una lore frammentata, da ricostruire tramite documenti e inquietanti audiocassette. Avere una meta e un nemico da sconfiggere dà un senso compiuto all’intera progressione. In definitiva, Kletka è un diamante sporco di fuliggine: brutale, caotico e innegabilmente affascinante. Affinché la discesa in questo inferno di cemento non scivoli dal terrore alla noiosa routine, serve però una spolverata ai tempi morti e un ribilanciamento dell’economia di gioco.
