
In The Last Caretaker il mondo non è più quello che conosciamo: l’oceano ha inghiottito tutto e solo le strutture più resistenti emergono ancora tra le onde, come monumenti a un passato lontano. In questo silenzio sospeso prende forma il ruolo del Custode, una figura chiamata a guidare la rinascita dell’umanità attraverso tecnologia, recupero e resilienza.
L’esperienza si muove con un ritmo meditativo, fatto di attraversamenti lenti, riparazioni continue e scoperte che sembrano affiorare dall’acqua insieme ai relitti. Ogni piattaforma industriale racconta un frammento della storia precedente, mentre il Progetto Lazarus diventa il cuore pulsante dell’intera avventura: un luogo in cui ricostruire la vita e darle una direzione.
Il gioco invita a osservare, comprendere e ricomporre ciò che resta, un passo alla volta. L’atmosfera domina il viaggio, insieme alla sensazione costante di custodire qualcosa di essenziale, quasi sacro. In questo equilibrio tra mare aperto, tecnologia e responsabilità, The Last Caretaker trova la sua identità: un’esperienza che cresce lentamente e chiede al giocatore di fare lo stesso.
Un mondo sommerso, una missione impossibile
The Last Caretaker ti immerge in un futuro in cui la Terra è stata divorata dalle acque e i resti dell’umanità sopravvivono solo come rovine sospese tra cielo e mare. In questo scenario, il giocatore interpreta un droide riattivato con un compito tanto semplice da enunciare quanto impossibile da realizzare: ricostruire la razza umana. Il cuore narrativo del titolo è infatti il Progetto Lazarus, che permette di far crescere “semi umani” in speciali biopod, gestendo temperatura, nutrienti e memoria genetica fino a portarli alla fase finale: il lancio nello spazio tramite l’infrastruttura MOSES.
Il gameplay alterna due anime: l’esplorazione del mondo e la cura delle strutture del complesso Lazarus. Si naviga tra piattaforme industriali, torri arrugginite e relitti colossali, smontando tutto ciò che è ancora in piedi per recuperare materiali preziosi. Il riciclo non è una meccanica decorativa, ma il pilastro dell’intera progressione: gli oggetti possno essere trasformati in risorse utili e ogni risorsa è preziosa per far respirare un mondo al limite dell’estinzione.
La scelta di un ritmo lento, quasi contemplativo, è coerente con il tema: in un mondo svuotato da tutto, persino il silenzio diventa parte della narrativa. Ogni passo avanti sembra davvero un piccolo atto di resistenza.
Sistemi profondi, ingranaggi fragili
La forza del gioco risiede nella complessità dei suoi sistemi. La gestione delle risorse è profonda, stratificata e completamente intrecciata al riciclo: nulla si butta, tutto si smonta, si recupera, si trasforma. Ogni piattaforma industriale è un gigantesco deposito di materiali potenziali e il giocatore diventa presto un esperto nel discernere cosa conviene portare al riciclatore e cosa invece lasciare indietro. Le strutture che alimentano il complesso Lazarus richiedono energia, fluidi, componenti elettroniche, con un sistema di gestione che chiede attenzione costante ma senza diventare eccessivamente punitivo.
Il droide protagonista ha i suoi bisogni: deve ricaricare la batteria, controllare la propria integrità e mantenersi operativo, creando un ciclo di gameplay dove manutenzione e progressione vanno di pari passo. Anche l’assenza di autosave incide sul ritmo: per salvare bisogna usare apposite stazioni sparse nel mondo di gioco, una scelta che aggiunge tensione e obbliga a pianificare i movimenti.
I limiti più evidenti sono legati all’early access. La fisica può sorprendere in modo imprevedibile, con oggetti che si incastrano nelle strutture e cavi che finiscono dentro pareti. Le performance sono altalenanti e, in alcune aree più complesse, la stabilità vacilla. Non sono ostacoli insormontabili, ma ricordano che The Last Caretaker è ancora un cantiere aperto. Eppure, nonostante tutto, il loop funziona: ricicli, costruisci, espandi, migliori… e vuoi vedere cosa c’è oltre l’orizzonte.

Tra armi, droidi ostili e una fisica tutta sua
Il combattimento non è il fulcro dell’esperienza, ma è presente abbastanza spesso da modellare il ritmo dell’esplorazione. Le minacce principali sono droni corrotti, macchine ostili e creature come gli squali meccanici che pattugliano l’oceano. Il sistema di combattimento è semplice: armi da fuoco con una mira essenziale, un corpo a corpo difficile da leggere e risorse limitate che rendono ogni scontro qualcosa da valutare con attenzione. Non punta all’epicità, bensì alla funzionalità.
I limiti sono però evidenti, soprattutto nel combattimento melee: la distanza è ambigua, il feedback poco chiaro e capita spesso di colpire il vuoto anche quando il nemico è praticamente addosso. Le armi da fuoco funzionano meglio, ma non offrono grande precisione. Alcune interazioni tra fisica ed effetti delle armi possono creare situazioni involontariamente comiche, come oggetti che saltano in aria o cavi che si tendono all’improvviso. Sono quei momenti che ti strappano (forse) un sorriso mentre cerchi di ricaricare la batteria con dignità.
Nonostante le sue imperfezioni, il combat supporta l’atmosfera generale. Non è un sistema pensato per risolvere tutto con la forza, ma per aggiungere tensione e rendere il mondo meno prevedibile. Con le giuste rifiniture, potrebbe diventare un tassello più solido di un impianto già interessante.
Navigare in un oceano di possibilità
Navigare è forse l’aspetto più affascinante del gioco. La tua nave è mezzo di trasporto, base mobile e compagna silenziosa di viaggio. Va mantenuta, ricaricata, riparata e rifornita sia di batteria sia di carburante, trasformando ogni spostamento in una piccola operazione di logistica personale. È un equilibrio delicato ma soddisfacente, che amplifica la sensazione di trovarsi veramente soli in un mondo sommerso.
Le mappe sono costellate di rovine e piattaforme da esplorare e relitti industriali che raccontano storie non dette. Il ciclo “salpa, attracca, ricicla, riparti” può diventare ripetitivo, ma è costruito con cura e crea un ritmo quasi meditativo. La direzione artistica è sorprendente: tramonti che si riflettono sulle onde, tempeste improvvise, luci che filtrano tra le strutture metalliche. È un oceano vivo, che sa essere placido o minaccioso a seconda delle condizioni.
La parte meno riuscita è la varietà dei contenuti, ancora limitata per via dell’early access. Si ha la sensazione di solcare un mare enorme che però nasconde ancora troppo poco. Gli sviluppatori hanno pubblicato una roadmap estesa fino all’estate 2026, promettendo nuove zone, sistemi e contenuti sostanziosi. Se manterranno queste ambizioni, il mondo di The Last Caretaker ha tutto per diventare molto più ricco di quanto non sia oggi.

Il cammino del custode
The Last Caretaker è un titolo che convince per atmosfera, identità e ambizione. Alterna momenti di pace assoluta a piccoli scontri di sopravvivenza, costruendo un’esperienza che parla tanto al giocatore quanto al mondo che lo circonda. Il ciclo di esplorazione, manutenzione, riciclo e cura del Progetto Lazarus funziona, e quando si riesce a far crescere un nuovo “seme umano”, l’impatto emotivo è sorprendentemente forte.
I limiti non mancano: fisica instabile, performance irregolari, contenuti ancora ridotti e un combat system che deve maturare. Tuttavia, sotto queste imperfezioni c’è un’opera con una visione chiara. Un oceano che aspetta di essere riempito, un mondo che chiede di essere restaurato e un protagonista che incarna un’idea semplice: ricostruire, un pezzo alla volta.
The Last Caretaker non è ancora nella sua forma definitiva, ma è già un viaggio che merita attenzione.
